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La riconversione
La riconversione
Nello stesso 1986, poco tempo dopo la manifestazione antinucleare a Roma, varie associazioni e forze politiche – Amici della terra, Italia nostra, Lega per l’ambiente, Lipu, WWF, Democrazia proletaria, FGCI, Partito radicale e Verdi – promossero una nuova iniziativa referendaria sul nucleare, incentrata su tre quesiti volti ad abrogare alcune norme relative alle procedure decisionali per la localizzazione delle centrali, alla concessione di contributi agli enti locali interessati e alla partecipazione dell’ENEL a progetti nucleari all’estero. La consultazione referendaria si tenne l’8 e 9 novembre 1987, e vide una netta vittoria dei “Sì” – l’80,6% per il primo quesito, il 79,7% per il secondo e il 71,9% per il terzo – pur con un’affluenza alle urne piuttosto bassa.
Nei giorni successivi ripresero le manifestazioni e i blocchi alla centrale di Montalto. I lavori nel cantiere furono quindi sospesi per condurre studi sulla sua eventuale riconversione a combustibili fossili, soluzione cui si impegnò, nell’aprile 1988, il nuovo presidente del Consiglio Ciriaco De Mita. L’interpretazione prevalente del risultato dei referendum – che pure non riguardavano le centrali in esercizio né quelle in costruzione, e che ostacolavano la realizzazione di nuovi impianti senza però escluderla – fu che l’Italia dovesse uscire dal nucleare. Nell’estate del 1990 il Parlamento e il CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) deliberarono quindi in tal senso, chiudendo per il nostro paese la pagina relativa all’utilizzo civile dell’energia atomica. Dopo la riconversione, la centrale di Montalto di Castro entrò infine in funzione tra il 1995 e il 1998. Intitolata ad Alessandro Volta, con i suoi 3.600 megawatt essa è oggi il più grande impianto termoelettrico d’Italia.
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