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Il movimento antinucleare
 
La “festa della vita” che si svolse il 20 marzo 1977 sui prati di Pian dei Cangani vide la partecipazione di migliaia di persone e segnò il passaggio dell’opposizione alla centrale di Montalto di Castro da questione locale a problema di rilievo pienamente nazionale. In quella fase, del resto, la più generale mobilitazione contro il nucleare, che aveva proprio nel caso di Montalto il suo epicentro, realizzava una provvisoria convergenza tra le diverse componenti dell’ambientalismo italiano, caratterizzate da storie, opzioni politiche e pratiche operative anche molto distanti tra loro.
Le vicende della mobilitazione antinucleare andavano intrecciandosi con quelle del movimento studentesco e giovanile del ’77. Alla lotta di Montalto partecipavano il Comitato politico dell’ENEL e gli altri comitati autonomi romani, che manifestavano una netta avversione di classe al programma di sviluppo dell’energia nucleare inteso come espressione delle strategie economiche del padronato italiano e delle multinazionali del settore, e viatico per la militarizzazione del territorio e l’accentuazione del controllo sociale. Alla denuncia del carattere antidemocratico delle procedure seguite per la localizzazione della centrale, e alle preoccupazioni di natura ambientale ed economica espresse dai comitati cittadini locali, si accostavano così istanze politiche ben più radicali.
Tra i vari soggetti impegnati nella lotta antinucleare di Montalto vi erano anche le associazioni conservazioniste di stampo più o meno tradizionale, come il WWF, che in quegli anni espandevano il proprio raggio di azione e si avvicinavano alle tematiche proprie della nascente ecologia politica, come l’opzione a favore di un diverso modello di sviluppo incentrato sul risparmio energetico e l’utilizzo delle fonti rinnovabili.
Nell’estate 1977 le frange più radicali del movimento antinucleare – come Lotta continua, i comitati autonomi e i gruppi anarchici – organizzarono un lungo campeggio a Pian dei Cangani, nel corso del quale emersero le profonde differenze tra le varie componenti del movimento stesso, che sfociarono in animate discussioni e in piccate prese di distanza.
Grazie anche al coordinamento assicurato dal Comitato nazionale per il controllo delle scelte energetiche – un organismo di raccordo tra i vari gruppi locali e riviste ecologiste fondato da scienziati vicini alla “nuova sinistra” – il livello della mobilitazione si mantenne comunque piuttosto alto fino alla fine del decennio. Nella primavera del 1978, a circa un anno dalla “festa della vita”, si svolse una nuova manifestazione a Montalto nel sito destinato ad accogliere la centrale. Il 19 maggio 1979, poche settimane dopo il grave incidente alla centrale di Three Mile Island di Harrisburg in Pennsylvania (USA), alcune decine di migliaia di persone sfilarono a Roma contro l’atomo, mettendo in scena quello che può essere considerato il canto del cigno di questa prima stagione del movimento antinucleare italiano. Nel febbraio 1981, infine, la Corte costituzionale dichiarò inammissibile il referendum sul nucleare proposto dal Partito radicale e dalla sezione italiana degli Amici della terra, sull’opportunità del quale si era del resto nettamente diviso il fronte degli oppositori dell’atomo.
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