Guerra
Resistenza a Roma
VIA RASELLA
Giovedì 23 marzo 1944, alle 15.45, una colonna armata composta da 156 militari delle SS (la compagnia del III battaglione Bozen) viene attaccata da un commando di sedici partigiani in via Rasella, una via stretta e in salita nel centro della capitale. Rimangono uccisi trentadue tedeschi, mentre i partigiani riescono a mettersi in salvo. Il successo dell'azione è dovuto sia alla sorpresa con la quale i tedeschi vengono colti, sia all’accuratezza del piano eseguito. Era stato Mario Fiorentini, conosciuto con il nome di Giovanni, a suggerire l'idea dell'attentato a via Rasella, dopo aver visto più volte, dal terrazzo della sua casa in via Capo Le Case 18, passare la colonna delle SS, sempre intorno alle due del pomeriggio. Il percorso era ogni volta lo stesso: la colonna discendeva verso la galleria, girava a sinistra in via Rasella, poi a destra, in cima alla strada, entrava in via Quattro Fontane; quindi volgeva di nuovo a sinistra all'angolo successivo e proseguiva diretta alle caserme di Castro Pretrorio. L'idea era stata sottoposta al comandante dei GAP romani, Carlo Salinari, noto come Spartaco, e lentamente si era trasformata in un vero e proprio piano di battaglia, ordito da Fiorentini, sua moglie Lucia Ottobrini, Rosario Bentivegna e Carla Capponi, conosciuti con i nomi di Paolo e Elena. Discusso e approvato da Spartaco, il piano era stato, però, tenuto di riserva a un altro, che aveva come obiettivo il teatro Adriano, luogo in cui, il 23 marzo, era prevista la celebrazione in pompa magna del 25° anniversario della fondazione del Partito fascista. Giuseppe Pizzirani, vicesegretario del Partito fascista repubblicano (PFR) preparava la commemorazione: dopo una messa ad honorem dei caduti per il fascismo, era in programma una parata per le vie di Roma che doveva concludersi al teatro Adriano, in piazza Cavour. Il responsabile dell'ambasciata a Roma, Eitel Friedrich Mollhausen, informato del progetto di Pizzirani, lo giudicò una provocazione inutile e inopportuna, dato che l'ultima volta che i fascisti avevano marciato su Roma in parata, erano stati attaccati con bombe a mano, che avevano provocato tre morti (in via Tomacelli, il 10 marzo). Pertanto la parata fu annullata e la cerimonia trasferita dal teatro Adriano al ben sorvegliato Ministero delle Corporazioni, in via Veneto. Appena vennero a conoscenza dei cambiamenti apportati alle celebrazioni del 23 marzo, i gappisti riconsiderarono il piano di via Rasella. L'attacco doveva svolgersi in due fasi: Bentivegna travestito da netturbino con un carretto carico di 18 kg di tritolo, doveva trovarsi a metà di via Rasella pronto ad accendere la miccia a un cenno di Franco Calamandrei, il quale avrebbe segnalato l'arrivo della colonna tedesca alzando il proprio berretto. La bomba sarebbe esplosa cinquanta secondi dopo, permettendo a circa metà colonna di superare il carretto e a Bentivegna di allontanarsi e di raggiungere Carla CapponI in attesa con il soprabito per coprire il travestimento. Nel frattempo Raoul Falcioni, Francesco Currelli e Silvio Serra, trovandosi alle spalle della colonna, avrebbero lanciato quattro bombe a mano, poi sarebbero fuggiti. Gli altri gappisti: Pasquale Balsamo, Carlo Salinari, Fernando Vitagliano, Guglielmo Blasi (che pochi giorni dopo avrebbe tradito i compagni), dovevano svolgere compiti di coordinamento e di copertura. Il giorno previsto va tutto secondo i piani: a parte il grande ritardo della colonna nemica (che arriva alle 15.50 anziché alle 14.00) e lo scoppio di tre bombe a mano perché la quarta si rivela difettosa, la bomba esplode e a terra rimangono 32 morti e numerosi feriti, uno dei quali morirà più tardi in ospedale. La risposta è immediata: i superstiti sparano alle finestre dei vicini caseggiati credendo che da lì provenga l'attacco: 11 sono i feriti di cui tre moriranno in seguito. Tutti gli abitanti di via Rasella vengono costretti a uscire dalle loro case: circa 200 persone vengono fatte allineare con le mani alzate davanti ai cancelli di via Barberini. Un'aspra discussione si accende tra il generale Maelzer, comandante delle forze di occupazione a Roma, e il console Moellahusen: l'argomento è se far saltare con la dinamite il quartiere o aspettare, come consiglia il console, per meditare meglio il contrattacco. Dissuaso Maelzer grazie anche all'intervento del colonnello Dolmann, capo delle SS a Roma, i tedeschi si ritirano, mentre i civili vengono trattenuti per accertamenti.
Maria Cristina Angeleri
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